Preferisco il Paradiso

di P. Edoardo Aldo Cerrato*

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Chi vuol conoscere lo svolgimento storicamente documentato della vita di san Filippo Neri, non lo cerca, certo, in una fiction televisiva, che si esprime nel linguaggio del suo genere e risponde ad esigenze ben diverse da quelle della storiografia. Non lo cercherà, dunque, in Preferisco il Paradiso – realizzato dalla Lux Vide di Matilde e Luca Bernabei per Rai Fiction e diretto da Giacomo Campiotti e scritto da Giorgio Mariuzzo, Monica Zapelli e Mario Ruggeri – che pure ha colto (in profondità, direi; e di questo c’è molto da rallegrarsi) il nucleo essenziale del messaggio di padre Filippo, il senso della sua dedizione sacerdotale, l’amore per la preghiera (espressa con vere giaculatorie del santo, spesso da lui ripetute), la fede in Dio come fondamento dell’esistenza, il nucleo e il metodo della proposta di Filippo educatore: crescere ed aiutare a crescere in quella adesione al puro Vangelo che, nella vita di Filippo, si tradusse in semplicità, in fiducia nell’umano (sempre preso sul serio, mai censurato), nella fuga da ogni artificio e complicazione, nella costante ricerca ed accoglienza dell’essenziale; nella gioia che Filippo visse non con spensieratezza, ma con la letizia del cristiano a cui non sono estranei – come il film esprime molto bene, a differenza di una certa vulgata filippiana, non solo cinematografica – anche momenti di “tristezza”, quella che coglie l’uomo quando più profondamente percepisce la sua inadeguatezza e si accorge che tutto è troppo poco in relazione al desiderio di pienezza che zampilla nel cuore umano; quella che si risolverebbe in pura negatività se si cercasse di “bypassarla” artificiosamente, anziché cogliere la “provocazione” in essa contenuta, l’appello di Colui che sempre chiede all’uomo di andare oltre per scoprire l’«unum necessarium», l’unica cosa indispensabile di cui parla Cristo.

La fiction – è suo pregio evidente, insieme alla bravura di Gigi Proietti nell’interpretare il personaggio ed alla riuscita scenografia – presenta tutta questa ricchezza di contenuti. Ma la esprime, talora vi allude, attraverso episodi fantasiosi, inventati ad hoc (per esigenze che sfuggono a chi, come me, è inesperto in questo campo), mentre la storia reale di Filippo Neri possiede tutto quanto è necessario per rappresentare quegli stessi contenuti.

L’osservazione non sembri pretenziosa: ha lo scopo di prevenire l’obiezione che sicuramente verrà da chi ha letto anche solo una delle più semplici biografie del santo, senza neppure addentrarsi nelle non poche messe a disposizione anche da recenti pregevoli pubblicazioni.

Lo spettatore che un poco conosca la vita di padre Filippo, immediatamente coglierà nella fiction molte incongruenze storiche: a partire dalla prima, l’arrivo a Roma di Filippo già prete, e di una certa età, con l’intenzione dichiarata di partire per le Indie con i missionari di padre Ignazio di Lojola, mentre Filippo giunse a Roma poco meno che ventenne, senza un preciso progetto, attirato unicamente dal bisogno di realizzare ciò che il primo biografo, Antonio Gallonio, espresse con la profondità di un sintetico «sequi Christum vocantem»: seguire Cristo che chiama; da quella – su cui tutto lo svolgimento della vicenda scenica è poi impostato – di Filippo che fonda l’Oratorio per dei ragazzini, mentre l’Oratorio nasce come strumento di formazione per giovani e adulti di tutti i ceti sociali, ed i ragazzi di cui padre Filippo marginalmente si occupava – accompagnandoli talora al Gianicolo per giocare con essi «facendosi fanciullo con i fanciulli sapientemente» – erano i figli di coloro che partecipavano agli incontri oratoriali; da quella di Filippo prete che incontra a Roma don Persiano Rosa già all’opera nella confraternita della Carità, quando invece l’incontro avvenne tra il Rosa, prete a san Girolamo, e il giovane Filippo ancora laico, nei lunghi anni da lui trascorsi tra gli studi, la intensa vita di preghiera, il servizio degli ammalati abbandonati nei vari ospedali… Si potrebbe continuare a lungo – e tutta la pellicola offre l’occasione per farlo – ma non è il caso: una fiction, come si è detto, non è un documentario storico e chi vuole conoscere la storia si affida ad altri strumenti.

Direi che Preferisco il Paradiso – titolo davvero apprezzabile, perché mette in chiaro, fin da subito, la vera prospettiva di Filippo e la sua fondamentale aspirazione – è una artistica sintesi della figura del santo: come quella prodotta da bravi pittori che, nel rappresentare il Neri sulla tela, non si affiggono a delinearne singoli dettagli, ma inventano una figura che esprima l’insieme: così, ad esempio, è accaduto quasi sempre quando Filippo è stato raffigurato anziano in abiti sacerdotali o in paramenti liturgici, per rappresentare gli effetti prodotti lungo tutto il corso della sua vita dalla “pentecoste di fuoco”, ricevuta in dono nelle catacombe quando egli era ancora laico e cercava la propria vocazione: solo all’età di trentasei anni, infatti, su istanza di Persiano Rosa, suo confessore, Filippo giunse a chiedere l’ordinazione sacerdotale.

Ho visto una sola volta la fiction, per gentile invito della Lux, prima che il 19 e 20 settembre sia messa in onda su Raiuno; la mia è perciò una prima impressione, ma sostanzialmente positiva: dentro ad una vicenda che per tanti aspetti storicamente non è sua, è Filippo che vive e testimonia ciò che i fatti storici della sua vita reale riportano. Il Filippo della fiction è prete, e lo si vede chiaramente non solo dall’abito che porta: un prete consapevole del compito a lui affidato; credibile perché credente; scanzonato ma senza eccessi, dotato di un bel temperamento umano, ma plasmato dalla Grazia di Dio – un prete che si confessa, oltre che confessare! –; riformatore ma umilmente fedele alla Chiesa ed alla Autorità ecclesiastica anche quando è da essa sottoposto a prove decisamente severe; capace di annunciare la fede attraverso una catechesi molto semplice, ma che attinge al cuore del cristianesimo: Dio è Padre, noi siamo suoi figli; siamo fratelli tra noi e la carità è l’indispensabile realizzazione della fede vissuta; un prete generosamente dedito all’attività e, in uguale misura, alla contemplazione, senza nessun «insanabile dissidio – come disse Proietti in una recente intervista – tra l’assoluto desiderio di sprofondare nella meditazione e nella preghiera e il bisogno prepotente di dedicarsi agli umili, ai malati, a chi era rimasto senza amici e senza risorse»: conflitto che Filippo non conobbe, poiché il passaggio dalla “meditazione” alla “dedicazione” non comportò per lui il lasciar qualcosa per qualcos’altro, ma fu «lasciare Cristo per Cristo» come egli diceva, costante assertore, fin sul letto di morte, di una convinzione espressa dalle parole – che sarebbe stato gradito ascoltare nella fiction – «Chi vuol altro che non sia Cristo non sa quel che si voglia, chi fa e non per Cristo non sa quel che si faccia».

Questo messaggio di padre Filippo, che nello sceneggiato è chiaramente presente, continua ad essere proposto anche nella seconda parte della fiction, e qui con qualche fedeltà alla reale vicenda storica: l’apostolato nell’Oratorio costituito da adulti e non solo da ragazzini; la nascita della Congregazione attraverso la vocazione sacerdotale di giovani cresciuti nell’Oratorio e desiderosi di fare quel che Filippo faceva; la figura del Baronio, assai romanzata, ma con richiami evidenti ad alcuni aspetti della realtà storica…

Risuona alcune volte, anche in Preferisco il Paradiso, l’espressione «State buoni, se potete» attinta dalla vulgata filippiana, senza che nessuna delle fonti la riporti, e divenuta quasi la sintesi della impostazione educativa di padre Filippo; nella fiction si comprende però che tale formulazione è l’indicazione di un metodo, non il contenuto di una pedagogia; e soprattutto si comprende che essa si riferisce non all’ambito del comportamento morale, ma a quello della esuberanza dei ragazzi, come sarebbe evidente se la frase fosse pronunciata in romanesco: “statte bbono” è un invito a star fermi, a stare calmi, e con l’aggiunta “… se potete” esprime il realistico buon senso di Filippo che non guarda mai all’uomo in astratto, ma si rapporta con l’uomo concreto, accolto ed amato – come fa Dio – nelle situazioni dell’esistenza. É dentro di esse, infatti, che può prendere avvio il cammino verso un “oltre”, verso il Paradiso che è, sì, del cielo, in pienezza e definitività, ma che incomincia quaggiù sulla terra, come il primo chiarore dell’alba, nella paziente trasformazione del cuore umano operata da Dio, e nell’attesa operosa che quel chiarore diventi il mare di luce del mezzogiorno.

«Preferisco il Paradiso», detto da padre Filippo, non è perciò l’atteggiamento di chi, inerte, guarda verso la meta ultraterrena: è un protendersi ad essa come risposta ad un invito profondamente corrispondente al cuore dell’uomo, come impegno concreto di un uomo disponibile a collaborare affrontando le difficoltà del viaggio: con i passi richiesti dal cammino, i gesti, il cuore, i sentimenti, l’intelligenza, la ragione, ledecisioni e le scelte; con uno sguardo costantemente attento alla realtà; con una gratitudine commossa di fronte all’amore di Dio che abbraccia e coinvolge tutto l’umano; con una pacatezza ed un senso dell’ironia che consentono di non assolutizzare ciò che assoluto non è; con una serietà lieta – la «gioia pensosa» che Wolfgang Goethe attribuì a Filippo – nell’affrontare l’avventura della salvezza offerta da Dio.

Un augurio è che gli spettatori possano cogliere in questa fiction la testimonianza di un cristiano che, anziché disquisire sulla emergenza educativa o, peggio, limitarsi al lamento, ha impegnato se stesso a risolverla, e c’è riuscito non mediante elaborati progetti e gelide imposizioni di regole, ma mostrando con la propria vita affascinante che la libertà è frutto di un cammino di liberazione, che la maturità nasce dalla crescente consapevolezza della responsabilità a cui l’uomo è chiamato, che l’umanità va presa decisamente sul serio in tutta la sua interezza, come fa Dio.

*Procuratore Generale Confederazione dell'Oratorio di S.Filippo Neri